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Ultimo utente: royabCrubre
Data: Venerdi' 5 Maggio 2006
Carmen Consoli: Chiamatemi pure cantantessa

“Oggi ci siamo presi una vacanza per mangiare pesce a Santa Maria La Scala, vicino Catania. La filosofia di questo posto è: si mangia quello che i pescatori hanno appena pescato. La cucina non è molto elaborata, ma il pesce che puoi gustare è incredibile, freschissimo. Poi tutti giù ad Acireale a mangiare la granita! Oggi né io né i ragazzi della band abbiamo voglia di lavorare…”. Odori e immagini di una Sicilia che non si vuole arrendere alla modernità e, fiera, conserva vecchi rituali gentili: il gusto della convivialità nel mangiare, lo struscio pomeridiano, il contatto con la natura violenta e sacra. Il gruppo di ragazzi che non vuole lavorare fa capo a Carmen Consoli, e il lavoro da cui stanno fuggendo sono le prove del tour italiano ed europeo Dal Simeto al Tamigi, che parte in concomitanza con la pubblicazione di Eva contro Eva, il nuovo, attesissimo disco della cantantessa.


Insomma, Carmen, sei diventata un’icona della sicilianità.
Sì, tipo Santa Rosalia. O Sant’Agata... Ovviamente scherzo!


Già, lì da voi la devozione non ammette scherzi.
Eh, sì, non toccate la santuzza a noi catanesi. La festa di Sant’Agata è sempre più bella, di anno in anno. Una specie di rito pagano. Tutti, ma proprio tutti, credono a Sant’Agata. La Santa viene prima di tutto. A Catania chi è suo devoto non è detto che sia cattolico. Si può essere anche buddisti e continuare a venerarla. Un vero e proprio culto trasversale.


E tu come esprimi attraverso la musica la tua sicilianità?
Non so dirti come, ma sicuramente nella mia musica c’è molta Sicilia. A cominciare dall’accento quando canto, dai temi, dall’approccio agli strumenti. Racconto la mia terra che è l’unica cosa che so raccontare bene visto che ce l’ho nel DNA. Ma preferirei parlare di un concetto più vasto, di “italianità”, di cui la Sicilia è una parte. In Italia abbiamo la fortuna di avere delle vere e proprie culture, delle piccole isole regionali, con delle tradizioni molto forti. È bello farle dialogare.


Tu hai dato un respiro internazionale a quello che prima rimaneva circoscritto.
Beh, grazie. Ma se penso a Franco Battiato mi sento così provinciale... E poi non bisogna dimenticare gli Uzeda, i Lautari, Cesare Basile, i Denovo. Quello che ci contraddistingue è che amiamo superare lo stretto di Messina sapendo poi di tornare.


Nella tua musica si sente molto il tuo essere donna. Anzi, il tuo essere femmina.
Certo! Uno racconta sempre quello che vive sulla sua pelle. Per cui quando devo scegliere un personaggio da descrivere scelgo sempre una donna. L’unica autrice donna che ha fatto parlare un uomo rimanendo molto credibile è Margaret Mazzantini in Non ti muovere. Non per questo parlo esclusivamente di universi femminili. “Triste, annoiata e asciutta” (un verso di Venere, ndr) può essere anche un uomo. Magari cambiando qualche aggettivo.


“Cantantessa”. Da dove arriva questo termine?
Ai tempi del primo disco avevamo un fonico sudafricano, Alan Goldbergh. Ricordo che stavo registrando le parti vocali. Lui parla benissimo italiano, ma ogni tanto si confonde. Il mio cane, un cane femmina, abbaiava e ha detto: “La canessa abbaia e la cantantessa non può cantare”. Il termine mi ha suggerito l’immagine di una cantante di paese, di quelle che vedi nelle feste di piazza, alle sagre, con le luminarie. La cosa, ovviamente, mi piaceva molto.


Hai notato un’evoluzione nel tuo pubblico?
Sta crescendo con me. Quando ho sentito la necessità di rimuovere le chitarre elettriche per utilizzare nuove sonorità più vicine alla mia età e al mio percorso, il mio pubblico, che sembrava affezionato a feedback e muri di suono, mi ha incoraggiato nella ricerca prestando un orecchio di riguardo.


Parliamo di Eva contro Eva, il nuovo album.
È il risultato del lavoro di una band, come sempre. Ci siamo confrontati con strumenti nuovi come bouzouki, santur, arpe celtiche e anche i flauti della tradizione siciliana che lasciano a desiderare dal punto di vista dell’intonazione ma creano grandi atmosfere. Abbiamo giocato: la scommessa era scrivere e arrangiare con questi strumenti dei brani che avrebbero necessitato di batteria, chitarre elettriche e basso. Secondo me il rock non è il muro di chitarre, ma un’intenzione. Il rock deve rompere ciò che è di maniera e oggi i muri di chitarre sono di maniera.


Un titolo che sa di film in bianco e nero.
Mi sono ispirata a quel capolavoro con Bette Davis. Mi piaceva l’idea di Evamadre da cui tutti proveniamo. Le miserie, le nefandezze tanto quanto la bellezza e la felicità hanno sempre un duplice aspetto, legato al fatto che Eva ha dovuto scegliere se peccare o meno. Siamo tutti suoi figli. E mi piace pensare che sia Eva a confrontarsi con tutti i personaggi del disco.


Tu avresti scelto di peccare, se fossi stata nei panni di Eva?
Se Eva ha scelto di peccare è perchè nel disegno della creazione lei doveva avere questo neurone impazzito. E la vita sarebbe stata più noiosa senza i peccati. Magari a mangiare i fichi invece delle mele!


Il nuovo tour, Dal Simeto al Tamigi, è legato all’immagine del fiume.
I fiumi hanno visto le civiltà avvicendarsi. Credo che l’acqua abbia una memoria. È scientificamente provato che a una certa temperatura l’acqua reagisce ai suoni creando cristalli o buchi neri. In tutte le lingue, a parole come “grazie”, “gratitudine”, l’acqua reagisce formando cristalli meravigliosi. A parole come “odio”, “cattiveria”, si formano inevitabilmente buchi neri. Infatti i fiumi che sono stati teatro di massacri sono pieni di buchi neri. A questo aggiungi che noi umani al 70% siamo fatti d’acqua. Con la musica di questi concerti vogliamo creare dei cristalli.


Girerete insieme in un bus!
Sì, uno star-bus affittato e omologato ad Amsterdam. Un mezzo in cui ci sono salottino e stanze in cui dormire e mangiare. Enorme! Resteremo più di un giorno nel posto in cui suoneremo, per permetterci di avere tempi più dilatati, fare un buon soundcheck e visitare le città.


Sul tuo disco ci sono le foto di Elliot Landy, uno dei padri della fotografia rock.
L’ho conosciuto dieci anni fa a New York, quando ero ospite di Natalie Merchant. Mentre lei registrava Ophelia, giravo tra New York e i dintorni di Woodstock. Un giorno ho visto una foto di Janis Joplin con un numero di telefono sotto. Ovviamente chiamai: all’altro capo c’era Elliot. Insieme al mio manager ci catapultammo a casa sua e acquistammo foto originali della Joplin e di Bob Dylan. Nel ‘98 venne a trovarci a Catania. Dopo il cover tour dello scorso anno, ispirato a Janis Joplin, ho pensato di richiamarlo. Lui ha accettato subito la proposta di lavorare al mio disco. È venuto con la sua donna ed è stato mio ospite per un paio di settimane. Facevamo le foto quando ci pareva, senza truccatori e senza niente. Un modo di lavorare, il suo, fuori da qualsiasi tipo di schema.


Come mai aveva smesso di fotografare artisti?
Si era demoralizzato con la storia della morte delle tre J: Janis Joplin, Jimi Hendrix e Jim Morrison. E aveva scelto di fotografare solo bimbi e fiori.
(Mauro Petruzziello)

FONTE:Freequency.it




 
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